Quando pensiamo alla violenza nelle relazioni intime, la nostra mente tende inevitabilmente a costruire un’immagine precisa: una donna vittima e un uomo aggressore. Questa rappresentazione è legata a un fenomeno reale e drammaticamente diffuso, ma rischia di lasciare nell’ombra un’altra parte della realtà: anche gli uomini possono essere vittime di violenza da parte del proprio partner.

Secondo i dati della National Intimate Partner and Sexual Violence Survey del Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il 44,2% degli uomini negli Stati Uniti riferisce di aver sperimentato, nel corso della propria vita, violenza sessuale di contatto, violenza fisica, violenza psicologica e/o stalking da parte di un partner intimo. In Italia non è attualmente disponibile una rilevazione nazionale equivalente, specificamente dedicata alla prevalenza dell’Intimate Partner Violence (IPV) tra gli uomini, e le evidenze disponibili provengono prevalentemente da studi clinici e forensi. Per esempio, in uno studio condotto presso l’AOU Careggi di Firenze su 80 uomini adulti vittime di violenza domestica, il 55% dei casi riguardava atti di violenza perpetrati da una partner intima donna. È tuttavia importante sottolineare che, trattandosi di un campione ospedaliero costituito da uomini che avevano avuto accesso a un servizio sanitario, tale percentuale non può essere interpretata come una stima della prevalenza nella popolazione generale. Il dato rappresenta piuttosto un’evidenza della presenza e della rilevanza clinica del fenomeno nel contesto italiano. Analogamente, a livello europeo, le più recenti indagini sulla prevalenza dell’IPV sono prevalentemente incentrate sulla popolazione femminile, rendendo assai difficile un confronto diretto con le stime statunitensi relative agli uomini. Nel complesso però, la limitata disponibilità di dati epidemiologici non deve essere interpretata come assenza del fenomeno, ma evidenzia piuttosto una significativa lacuna conoscitiva e un problema comunque preoccupante. Ciò nonostante, molti uomini possono incontrare difficoltà nel riconoscersi come vittime e, soprattutto, nel chiedere aiuto.
IPV nelle relazioni same-sex
Un ulteriore elemento da considerare riguarda la violenza nelle relazioni tra persone dello stesso sesso. La letteratura scientifica documenta infatti la presenza di IPV anche nelle coppie same-sex, comprese quelle formate da uomini. Una scoping review dedicata specificamente agli uomini gay e bisessuali ha evidenziato la presenza di violenza psicologica, fisica e sessuale nelle relazioni intime, sottolineando al contempo alcune dinamiche che possono assumere caratteristiche specifiche in questo contesto, come la minaccia di rendere pubblico l’orientamento sessuale del partner (outing) o l’utilizzo dello stigma e dell’omofobia come strumenti di controllo.
Tuttavia, anche in questo ambito, la disponibilità di studi epidemiologici rappresentativi rimane limitata, soprattutto in Europa e in Italia. È quindi importante evitare di considerare l’IPV come un fenomeno esclusivamente riconducibile alle relazioni eterosessuali, riconoscendo al contempo che le diverse configurazioni relazionali possono presentare fattori di rischio e dinamiche di vittimizzazione parzialmente differenti.
Perché gli uomini vittime di IPV sono reticenti a cercare aiuto?
Riconoscere di essere vittima di violenza e decidere di chiedere aiuto non rappresentano necessariamente due passaggi immediati. Per un uomo, l’esperienza della vittimizzazione può entrare in conflitto con aspettative sociali profondamente radicate riguardo alla mascolinità, all’autonomia e alla capacità di affrontare autonomamente le difficoltà. L’idea che un maschio debba essere forte, resistente e in grado di difendersi può rendere più difficile identificarsi nel ruolo di vittima e, di conseguenza, riconoscere la propria esperienza come una forma di abuso. A questo possono aggiungersi il timore di essere giudicato o non creduto, la vergogna e la percezione che rivolgersi ai servizi possa rappresentare un’ammissione di vulnerabilità. La richiesta di aiuto, quindi, non dipende esclusivamente dalla gravità della violenza subita, ma anche dal modo in cui la persona interpreta ciò che sta vivendo e dalle conseguenze che prevede nel renderlo pubblico.
Una recente ricerca di Russo e colleghi, pubblicata nel 2026 su Psychology of Men & Masculinities, ha cercato di comprendere meglio questi processi, analizzando le risposte di 1.194 uomini statunitensi che avevano subito violenza da parte di una partner. I risultati mostrano un elemento comune ai diversi gruppi analizzati: considerare l’abuso come una “questione privata” è stato il principale ostacolo alla richiesta di aiuto. A questo si aggiungono la vergogna, il timore di non essere creduti, la paura di ritorsioni e, in alcuni casi, la difficoltà stessa nel riconoscere e definire ciò che si sta vivendo come abuso. Sono emerse anche differenze tra uomini neri, latini e bianchi, a dimostrazione del fatto che cultura, esperienza personale e condizioni sociali possono modificare il modo in cui una vittima interpreta la propria esperienza e decide se renderla visibile o meno.
La dimensione neuropsicologica dell’IPV
Il punto, però, non è soltanto sociale o culturale. Esiste anche una dimensione neuropsicologica della violenza che merita attenzione. Vivere all’interno di una relazione caratterizzata da minaccia, controllo o imprevedibilità significa confrontarsi ripetutamente con uno stato di allerta. Quando questa condizione si prolunga, i sistemi cerebrali coinvolti nella rilevazione della minaccia e nella regolazione delle emozioni possono essere sottoposti a una continua sollecitazione. La ricerca sugli effetti psicobiologici dell’IPV ha evidenziato associazioni con alterazioni dei sistemi di risposta allo stress, compreso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, e con conseguenze psicologiche come ansia, depressione e sintomi post-traumatici.
È importante, tuttavia, non trasformare questi risultati in una semplice equazione “violenza = danno cerebrale”: le conseguenze dipendono dalla durata e dalla natura dell’esposizione, dalle caratteristiche individuali, dalla presenza di eventuali traumi cranici e da numerosi altri fattori. Sappiamo inoltre che il trauma e lo stress cronico possono interferire con funzioni cognitive ed esecutive quali attenzione, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva e capacità decisionale; queste funzioni sono fondamentali proprio per valutare le alternative, pianificare una risposta e uscire da una situazione pericolosa. Una recente meta-analisi sulle vittime di IPV ha rilevato infatti difficoltà in diversi domini delle funzioni esecutive, anche se gran parte dell’evidenza neuropsicologica disponibile riguarda donne e non può essere automaticamente generalizzata agli uomini. Questo aspetto aiuta anche a comprendere perché la domanda “Perché non se ne va?” sia spesso troppo semplice per descrivere una situazione di violenza. Una persona sottoposta a minaccia prolungata può trovarsi a dover prendere decisioni complesse proprio mentre vive paura, vergogna, isolamento e una progressiva riduzione delle proprie risorse psicologiche. Chiedere aiuto, quindi, non è sempre una decisione lineare e razionale: può essere ostacolato dallo stesso stato psicologico e neurobiologico prodotto dall’esperienza traumatica.
Una riflessione importante
C’è poi un altro elemento che riguarda direttamente il nostro modo di intendere la mascolinità. La richiesta di aiuto presuppone, prima ancora di tutto, la possibilità di ammettere di averne bisogno. Se un uomo è cresciuto con l’idea che essere forte significhi essere autonomo, controllato, resistente e capace di “gestire da solo” le difficoltà, riconoscersi come vittima può entrare dolorosamente in conflitto con l’immagine che ha di sé. La letteratura sull’help-seeking maschile descrive proprio questo intreccio tra vergogna, stigma, paura di essere giudicati o non creduti e timore di essere considerati, paradossalmente, i responsabili della violenza. Una revisione sistematica ha inoltre evidenziato come molti uomini tendano a rivolgersi prima a persone della propria rete informale, come amici e familiari, mentre il ricorso ai servizi formali può essere ostacolato dalla percezione che questi ultimi non siano pensati anche per loro o possano rispondere attraverso stereotipi di genere.
Ed è forse proprio qui che si trova una delle questioni più importanti. Riconoscere la violenza subita dagli uomini non significa in alcun modo mettere sullo stesso piano fenomeni diversi, né tantomeno ridimensionare la gravità della violenza contro le donne, che rimane un problema di enorme rilevanza sociale e sanitaria. Significa però riconoscere che la violenza non diventa meno grave quando la vittima è un uomo e che anche un uomo può avere bisogno di protezione, ascolto e sostegno. In questo senso, la ricerca di Russo e colleghi rappresenta un contributo importante perché ci invita a guardare non soltanto alla violenza, ma anche al silenzio che può seguirla. E comprendere perché una persona non riesca o non si senta autorizzata a chiedere aiuto è spesso il primo passo per costruire servizi capaci di intercettarla prima che quel silenzio diventi isolamento.
Riferimenti bibliografici
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