Mentre l’intelligenza artificiale progredisce con la sua capacità illimitata di immagazzinare dati, la scienza svela i segreti del cervello umano: un organo che, per funzionare al meglio, deve saper dimenticare tanto quanto ricordare. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la dimenticanza non è un difetto del sistema nervoso, ma una sua caratteristica essenziale.

Il cervello umano è una struttura di straordinaria complessità: oltre 85 miliardi di neuroni distribuiti tra corteccia cerebrale, cervelletto e nuclei cerebrali profondi, collegati da circa tre chilometri di “fili” che formano almeno 100 trilioni di sinapsi. In questo intricato labirinto si sviluppano i processi di apprendimento e memoria.
Quando impariamo qualcosa, le connessioni tra neuroni attivi si rafforzano, creando quello che i neuroscienziati chiamano “engramma“: un insieme specifico di neuroni che corrisponde a un particolare ricordo. In teoria, una volta formato un engramma, dovremmo essere in grado di recuperarlo senza problemi, sia che venga richiamato da uno stimolo esterno (come riconoscere un vecchio amico per strada), sia che lo cerchiamo spontaneamente. Eppure non sempre funziona così.
La dimenticanza può essere definita come il fallimento nel recuperare un ricordo che una volta era accessibile. Per le persone sane, questo rappresenta un fastidio occasionale -dimenticare un appuntamento o non riuscire a dare un nome a un viso familiare- senza impatti significativi sulla vita quotidiana. Ma in condizioni patologiche come l’Alzheimer, l’elevato livello di dimenticanza compromette gravemente la qualità della vita dei pazienti e dei loro caregiver.
Dal punto di vista neurobiologico, esistono due possibili spiegazioni per la dimenticanza. La prima ipotizza che l’engramma si sia dissolto e quindi non esista più, come cercare un oggetto in un magazzino dove non è più presente. La seconda, oggi considerata più probabile, suggerisce che l’engramma esista ancora ma il sistema di recupero non funzioni, come cercare un oggetto che c’è ma non si riesce a trovare. Studi sperimentali sui topi attraverso tecniche di opto-tagging –che permettono di “accendere” con stimoli luminosi specifici gruppi di neuroni– hanno dimostrato che è possibile riattivare artificialmente ricordi apparentemente perduti, confermando che restano “sepolti” nel cervello.
Particolarmente affascinante è il fenomeno della “punta della lingua“: sappiamo che un certo ricordo è presente nella nostra mente, ne percepiamo la presenza, ma non riusciamo a riportarlo alla coscienza. La possibilità di recuperare specifici ricordi è infatti condizionata da numerosi fattori, sia interni (stati fisiologici, emozioni, farmaci) che esterni (contesti ambientali e sociali). Questi fattori possono spostare i ricordi da uno stato di accessibilità a uno di inaccessibilità e viceversa, senza alterare l’engramma. Esperimenti sui topi hanno dimostrato come l’isolamento sociale e lo stress interferiscano con le capacità del cervello di recuperare ricordi, spiegando perché le funzioni mnemoniche sono spesso compromesse in persone che vivono in solitudine.
I diversi volti della memoria
Non esiste una memoria unica, ma diversi sistemi mnemonici, ciascuno con caratteristiche proprie. La memoria a breve termine trattiene temporaneamente circa 6-7 elementi -una lista della spesa, un numero di telefono- ed è essenziale per la comprensione: senza di essa, non potremmo nemmeno capire una frase intera. Include anche la memoria di lavoro, quel piccolo bagaglio di informazioni necessario per elaborare idee complesse, come quando scriviamo un testo o risolviamo un problema articolato.
La memoria a lungo termine è teoricamente illimitata e deriva in parte dalla ricodificazione di informazioni inizialmente nella memoria a breve termine. Si suddivide a sua volta in vari sottotipi: la memoria episodica, che racchiude eventi collocabili nel tempo e nello spazio; la memoria semantica, che contiene la conoscenza generale del mondo, come l’uso degli oggetti e le regole sociali; la memoria autobiografica, che combina elementi episodici e semantici e gioca un ruolo cruciale nella costruzione dell’identità personale.
Gli esseri umani possiedono probabilmente un’unicità: un filo rosso che lega passato e presente, permettendoci di “viaggiare nel tempo” con la mente lungo una continuità che parte dall’infanzia e non si interrompe mai. Verso la metà del primo anno di vita, il bambino è già in grado di riconoscere oggetti e suoni già percepiti in precedenza, dimostrando l’emergere precoce di questa capacità fondamentale.
Dimenticare per decidere: una necessità evolutiva
Anche i ricordi stabilizzati nella memoria a lungo termine possono diventare difficili da recuperare. Gli engrammi sono costituiti da insiemi di neuroni funzionalmente collegati, e se avvengono cambiamenti in questi neuroni o nelle sinapsi che li collegano, il ricordo può diventare inaccessibile. Nel giro dentato dell’ippocampo (piccola struttura cerebrale di cruciale importanza per i processi di memoria) possono formarsi nuovi neuroni attraverso la neurogenesi. Questi neuroni possono modificare l’engramma originale, rendendolo irriconoscibile. Studi sperimentali hanno confermato che interventi per incrementare la neurogenesi aumentano i fenomeni di dimenticanza, mentre rallentarla li diminuisce.
Il cervello, nella sua complessità, deve essere abile tanto nell’imparare quanto nel dimenticare selettivamente. Deve continuamente tenere in primo piano ciò che serve nel momento presente, lasciando sullo sfondo ciò che non è più utile per “navigare” nel mondo attuale e immaginare il futuro immediato. Da questo punto di vista, i ricordi funzionano come modelli predittivi: devono aiutarci a capire se esperienze passate possano orientarci negli eventi futuri. Una volta che un ricordo non serve più per questa predizione, diventa più conveniente dimenticarlo.
Dato che gli stimoli che riceviamo sono innumerevoli e di vario genere, i sistemi neurali devono essere più capaci di dimenticare selettivamente che di ricordare. La dimenticanza attiva è considerata uno strumento fondamentale per la capacità decisionale e, in definitiva, per l’intera salute mentale.
Comprendere questi processi neurobiologici non è importante solo per l’avanzamento delle conoscenze, ma rappresenta il punto di partenza per sviluppare possibili trattamenti per disturbi caratterizzati da un eccesso o una carenza di memoria. Nel disturbo da stress post-traumatico, ad esempio, le persone esposte a eventi gravemente traumatici sperimentano il continuo ripresentarsi di sensazioni, immagini e rumori connessi al trauma, che non riescono a “dimenticare”. Poter interferire con questo eccesso di memoria aiuterebbe a prendere le distanze dall’evento traumatico e a ridurre l’ansia. Al contrario, nelle forme di demenza in cui i ricordi non si fissano e tendono a dissolversi, la conoscenza dei meccanismi di base della dimenticanza potrebbe aiutare a rallentare o fermare il processo patologico.
Memoria collettiva: dall’arco di trionfo al contro-memoriale
Esiste anche una dimensione collettiva della memoria, rappresentata dai monumenti celebrativi che tendono a esaltare eroi, battaglie e vittorie. Gli archi di trionfo, le statue e i palazzi pubblici costituiscono la memoria storica delle società, anche se possono talvolta trasformarsi in simboli controversi, persino abbattuti. Negli ultimi decenni si è sviluppata una diversa forma di commemorazione: i contro-memoriali, costruzioni che non mirano a glorificare ma a ricordare traumi e perdite, suscitando riflessione. Il memoriale dell’11 settembre a New York ne è un esempio significativo: non si sviluppa verso l’alto come i monumenti celebrativi, ma adotta un design astratto che invita al raccoglimento.
Proprio come il cervello individuale, anche la memoria collettiva deve scegliere cosa ricordare e come farlo, bilanciando la celebrazione con la riflessione, il trionfo con il lutto, in un continuo dialogo tra passato e presente.
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