Perché basta cambiare la cornice per cambiare completamente la risposta.
Alle volte basta un semplicissimo gioco per osservare da vicino il modo in cui il cervello umano costruisce logiche e significati. Prendiamo ad esempio questo simpatico indovinello:
“Se la madre si chiama 57, il figlio 47 e la figlia 37, come si chiama il padre?”

La tentazione immediata è cercare una risposta unica, definitiva, ovvero la soluzione. Tuttavia, ciò che rende questo indovinello interessante dal punto di vista neuroscientifico, non è tanto la soluzione, bensì il fatto che soluzioni diverse emergono spontaneamente a seconda del tipo di vincolo che il cervello decide di applicare. È un piccolo laboratorio cognitivo, nascosto in una riga di testo. Vale a dire che, a seconda di come interpretiamo il problema, il nostro cervello cambia strategia. E ogni strategia porta a una risposta diversa. In altre parole: non è l’indovinello a cambiare. Siamo noi a farlo. Vediamo tre esempi:
Esempio 1. Quando il cervello cerca pattern: la modalità matematica
Alcune persone guardano i numeri e notano una regolarità: 57 → 47 → 37. È una sequenza che scende di dieci. Il cervello, in questa modalità, fa ciò che sa fare benissimo: riconoscere schemi. È un meccanismo potentissimo, automatico, che usiamo per leggere, prevedere, anticipare.
Questo sistema di riconoscimento dei pattern è tra i più antichi dal punto di vista evolutivo. È ciò che permette a un neonato di riconoscere il volto della madre dopo poche ore di vita, a un musicista di anticipare la nota successiva o a uno scacchista di “prevedere” le mosse future. Il cervello è letteralmente costruito per trovare regolarità nel caos (Friston, 2010).
In questo caso, la risposta più logica diventa: 27
E non perché sia necessariamente “vera”, ma perché è coerente con il vincolo che il cervello ha scelto: continuare la serie. È una risposta che appare quasi ovvia a chi la vede, perché il pattern numerico è così chiaro da sembrare quasi inevitabile.
Esempio 2. Quando il cervello costruisce storie: la modalità narrativa
Altri, invece, leggono quei numeri come età. E qui cambia tutto.
In questo caso, il cervello attiva un altro sistema: quello che usiamo per interpretare il mondo sociale, immaginare relazioni, prevedere comportamenti. È un sistema che lavora con le storie, non con le sequenze (Bruner, 1986). Questa modalità narrativa è fondamentale per la sopravvivenza sociale: ci permette di anticipare intenzioni, comprendere motivazioni, costruire modelli mentali delle altre persone.
Quando il cervello entra in questa modalità, non vede più numeri astratti. Vede persone, vite, relazioni. Si attivano le stesse aree cerebrali che usiamo quando leggiamo un romanzo o quando cerchiamo di capire perché un collega si è comportato in un certo modo (Mar, 2011). Il cervello costruisce allora una micro-narrazione implicita: una famiglia, con ruoli, età plausibili, una storia possibile.
Se 57 è la madre, 47 il figlio e 37 la figlia, allora il padre potrebbe essere: 67
Non perché sia matematicamente elegante, ma perché per certi versi è plausibile. Il cervello, in questa modalità, cerca coerenza con l’esperienza, non con la matematica. Un padre di 67 anni, una madre di 57 e due figli adulti? Ha senso. Specialmente considerando che l’indovinello non specifica che si tratta di soggetti umani. Potrebbero essere animali, o persino piante. È, quindi, una storia che potrebbe esistere. E questo basta per considerarla una risposta valida.
Esempio 3. Quando il cervello ragiona per simboli: la modalità analogica
Poi c’è un terzo modo di pensare, più creativo e relazionale. Qualcuno nota che tutti i numeri finiscono per 7. Il 7 diventa in quest’ottica un tratto condiviso, quasi un “gene numerico”. Questa è una forma di pensiero che gli psicologi cognitivi chiamano “ragionamento analogico“, cioè la capacità di vedere somiglianze profonde tra cose apparentemente diverse tra loro (Gentner & Smith, 2012).
Da qui nascono soluzioni più estrose e creative, come:
- 70, se il padre è l’origine del tratto. E qui emerge un’intuizione affascinante: se sommiamo le cifre delle decine dei figli (3+4), otteniamo 7. Come se il tratto paterno fosse stato “spartito” tra i due figli, ciascuno dei quali ne porta una parte nelle decine, mantenendo il 7 originale nelle unità.
- 77, se il padre rappresenta la forma “pura” del 7 da cui derivano le varianti. In questa chiave di lettura, il 7 doppio è il marcatore completo, mentre gli altri membri della famiglia sono variazioni su questo tema fondamentale.
In questo caso, il cervello non cerca né storie né serie, bensì relazioni simboliche. È lo stesso tipo di pensiero che usiamo per le metafore, per interpretare un’opera d’arte, per dare senso a un gesto (Lakoff & Johnson, 1980). È il pensiero che ci permette di dire “il tempo è denaro” e capire immediatamente tutte le implicazioni di questa analogia, senza doverle esplicitare una per una. Questa modalità è particolarmente interessante perché ci rivela quanto il cervello umano sia capace di creare sistemi di significato anche dove non esistono leggi oggettive. Stiamo letteralmente inventando una “genetica simbolica” dei numeri, completa di trasmissione ereditaria e marcatori familiari.
Tre possibili risposte, tre diversi modi di pensare
Lo stesso indovinello attiva tre modalità cognitive diverse. La cosa sorprendente è che tutte queste risposte sono perfettamente sensate all’interno del vincolo che le ha generate. Il cervello non cerca la verità oggettiva, cerca la coerenza interna. E la coerenza dipende dalla cornice che scegliamo, spesso senza accorgercene. Cambia il vincolo, cambia la strategia; cambia la strategia, cambia la soluzione.
Non è una questione di intelligenza, ma di cornice mentale. Quello che i ricercatori chiamano “framing effect” non è solo un bias da evitare: è il modo in cui il cervello lavora normalmente (Kahneman & Tversky, 1984).
Il cervello umano è un sistema dinamico: cambia strategia in base al contesto, alle aspettative, alla storia personale, persino allo stato emotivo. Ecco allora che un matematico potrebbe vedere immediatamente la sequenza numerica, un genitore potrebbe pensare subito alle età. Una persona con uno stile cognitivo più metaforico potrebbe invece notare il 7 ricorrente. Non perché uno sia più intelligente o arguto dell’altro, ma perché ciascuno porta con sé un diverso “bagaglio” di esperienze e modalità di pensiero preferenziali.
Gli studi sulla cognizione incarnata (embodied cognition) ci mostrano che il pensiero non è un processo unico e lineare, ma un insieme di strategie che si attivano in parallelo o in sequenza (Barsalou, 2008). Quindi, quando risolviamo problemi, non esiste un solo “metodo logico-razionale” per pensarli, rappresentarli e affrontarli, ma diversi sistemi che competono o collaborano tra di loro, spesso senza che ce ne accorgiamo.
La cosa affascinante è che queste diverse modalità possono coesistere nella stessa persona. Potreste vedere prima la sequenza matematica, poi, rileggendo l’indovinello, notare le età, e infine cogliere il pattern simbolico del numero 7. Ogni volta che cambiate prospettiva, il vostro cervello sta letteralmente riorganizzando le informazioni, attivando reti neurali diverse, costruendo un significato nuovo.
La lezione nascosta nell’indovinello
Questo semplice gioco mostra in modo limpido una caratteristica fondamentale della cognizione umana: non esiste un unico modo di pensare, ma una pluralità di sistemi che si attivano in base al contesto, alle aspettative, alla nostra storia personale. In sostanza:
- Non ragioniamo sempre allo stesso modo,
- Cambiamo stile cognitivo senza accorgercene,
- La risposta che troviamo dipende dal vincolo che scegliamo, o che crediamo di vedere.
È lo stesso meccanismo che usiamo quando interpretiamo un testo, leggiamo un comportamento, prendiamo una decisione o risolviamo un problema complesso. Il cervello è un organo narrativo, matematico, simbolico e passa dall’uno all’altro con una fluidità che spesso scambiamo per “intuizione. La ricerca sulla flessibilità cognitiva dimostra infatti che la capacità di passare da una cornice all’altra è una delle caratteristiche più importanti del pensiero adattivo (Diamond, 2013).
Pensate a quante volte, nella vita quotidiana, un conflitto nasce non perché una persona abbia torto e l’altra ragione, ma perché stanno usando cornici diverse per interpretare la stessa situazione. Un manager vede numeri e obiettivi (modalità matematica), mentre un dipendente vede storie e relazioni umane (modalità narrativa). Entrambi stanno guardando la stessa realtà, ma con sistemi cognitivi diversi. E ciascuno trova la propria risposta perfettamente sensata.
L’indovinello ci mostra in miniatura questo processo. E, pur senza darci una riposta definitiva, ci insegna qualcosa di prezioso: la capacità di riconoscere quale cornice stiamo usando, e di cambiarla consapevolmente quando serve, è una forma sofisticata di intelligenza. Non si tratta di trovare la risposta giusta, ma di capire che esistono risposte diverse, tutte legittime, ciascuna generata da un modo diverso di guardare il problema.
Ci dice, cioè, come funziona la nostra mente. E ci ricorda che, davanti allo stesso stimolo, possiamo essere tre persone diverse (un matematico, un narratore, un interprete di simboli) a seconda della cornice che scegliamo di applicare. È un invito a osservare non solo le risposte che troviamo, ma il modo in cui ci arriviamo. E forse, a sviluppare quella flessibilità mentale che ci permette di vedere il mondo attraverso più lenti, non solo quella che ci viene più naturale.
Riferimenti bibliografici
Barsalou, L. W. (2008). Grounded cognition. Annual Review of Psychology, 59, 617-645. https://doi.org/10.1146/annurev.psych.59.103006.093639
Bruner, J. (1986). Actual minds, possible worlds. Harvard University Press.
Diamond, A. (2013). Executive functions. Annual Review of Psychology, 64, 135-168. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-113011-143750
Friston, K. (2010). The free-energy principle: A unified brain theory? Nature Reviews Neuroscience, 11(2), 127-138. https://doi.org/10.1038/nrn2787
Gentner, D., & Smith, L. A. (2012). Analogical reasoning. In V. S. Ramachandran (Ed.), Encyclopedia of Human Behavior (2nd ed., pp. 130-136). Academic Press.
Kahneman, D., & Tversky, A. (1984). Choices, values, and frames. American Psychologist, 39(4), 341-350. https://doi.org/10.1037/0003-066X.39.4.341
Lakoff, G., & Johnson, M. (1980). Metaphors we live by. University of Chicago Press.
Mar, R. A. (2011). The neural bases of social cognition and story comprehension. Annual Review of Psychology, 62, 103-134. https://doi.org/10.1146/annurev-psych-120709-145406
